6 settembre 2013

Se non parlate l'inglese, state a casa

In questi giorni, ne ho sentite e viste di tutti i colori.

Prima un articolo di Paul Graham che dice che chi non parla bene l'inglese non ha chance di trovare soldi da Venture Capitalist. Poi una valanga di commenti, incominciando con quelli che gli hanno dato del razzista, per arrivare a chi dal Bel Paese pontifica che gli americani sono tutti ignoranti e razzisti (in blocco, nessuno escluso). E finalmente anche qualche ragionamento intelligente, tipo il post di Simone Brunozzi, che ne cita un altro illuminante di Salvatore Sanfilippo.

Io vivo da quattordici anni negli USA, e ci vengo da venticinque. Sono americano da tanti anni, e i miei connazionali comincio a conoscerli un po'.

Tutte le volte che mi sentono parlare, mi chiedono da dove vengo... Mia figlia mi corregge un giorno si' e uno no.

Non sapro' mai l'inglese bene a sufficienza. Il mio accento italiano mi seguira' nella tomba. Punto.

Poco male, perche' questo buffo accento non mi ha impedito di fare il CEO, e di trovare qualche soldino dai Venture Capitalist qui. Anzi, l'accento italiano fa "colore", e credo mi abbia aiutato in tante occasioni.

L'accento non e' un problema. E' ampiamente dimostrato, basta vedere quanti CEOs che parlano con un accento ci sono qui. E quanti hanno avuto successo. Una marea.

C'e' pero' un abisso tra parlare l'inglese con un accento, e non essere in grado di esprimersi. Non parlo di farsi capire (quello e' facile), ma di riuscire a trasmettere emozioni, entusiasmo, empatia. Riuscire a convincere qualcuno che tu stai facendo la cosa piu' spettacolare che si sia mai vista. La prossima Facebook.

Ecco, io di imprenditori italiani in Silicon Valley ne vedo tanti. Il 90% delle startup che incontro le scarto alla terza parola, perche' il CEO non parla l'inglese bene a sufficienza.

Ho conosciuto startup che avrebbero trovato soldi al volo, se avessero avuto un CEO che fosse stato in grado di esprimersi. Gente che quando racconta della sua startup in italiano, ti ammalia, ti entusiasma, ti fa venire voglia di mettere mano al portafoglio. Ma quando ne parla in inglese, ti forza a concentrarti a capire cosa vuole dire. Non sul contenuto, ma sulla forma. Addio entusiasmo. Addio investimento.

Non e' razzismo (o almeno spero). E' pura realta'.

L'unico modo per girarci intorno, e' venire qui con una traction cosi' spettacolare che chissenefrega di come parla il CEO. In tanti anni, purtroppo, non ho ancora visto una startup cosi' venire dall'Italia. Prima o poi, succedera'.

Se non avete la traction, e volete comunque venire in Silicon Valley a fare fundraising, studiate l'inglese. Guardate film in lingua originale. Passate la giornata al telefono con l'America. Spendete l'estate a Malta. Oppure venite qui per imparare l'inglese e capire come funziona il mondo delle startups (suggerisco la Startup School di Mind the Bridge, per cominciare) e, quando siete pronti, cercate fondi.

Altrimenti, state a casa. Perche' butterete via il vostro tempo. Triste ma vero.

Ve lo dice un ignorante razzista americano con l'accento italiano. Capisc?


24 aprile 2013

E' arrivato il nostro momento

Devo ammettere che qualche giorno fa ero piuttosto depresso per la situazione italiana. Siamo in una emergenza e stiamo fermi, non rendendoci conto che siamo fermi su un piano inclinato (che vuol dire che continuiamo a scivolare).

Poi ho ascoltato il discorso del Presidente, e mi sono illuminato. Mi sono reso conto che e' finalmente arrivato il nostro momento. E per nostro, intendo di quelli della mia generazione, gli eterni "ragazzi" che oggi sono quarantenni.

Qualche mese fa, su un aereo, ho ritagliato un pezzo di Wall Street Journal che parlava della nostra generazione.

Includeva un grafico, che ho riprodotto qui sotto.


Fatto 100 il reddito medio italiano, il grafico ci dice che:
  1. la generazione dei nostri padri si e' arricchita (e di tanto) rispetto alla generazione dei nostri nonni, succhiandosi tutte le risorse
  2. la nostra generazione ha avuto un collasso rispetto alla generazione dei nostri padri, rimanendo con niente in mano
  3. chi ci segue non e' messo tanto bene, ma sono giovani e possono solo migliorare
Noi siamo la generazione piu' sfigata. Ci hanno tolto tutte le risorse, e siamo invecchiati a sufficienza da aver perso la voglia di combattere. Chi e' piu' giovane, senza figli, ha ancora speranza. Noi no. Abbiamo mollato (e qualcuno se ne e' andato pure all'estero...).

E invece no.

Invece, e' arrivato il nostro momento. Il fatto che il Presidente sia di due generazioni sopra (per noi e' un nonno, non un padre) e' un vantaggio. E' lui che gestira' la transizione. E' lui che bacchetta i nostri padri, e gli dice che e' ora che si mettano in riga (e che finalmente si facciano da parte, che hanno fatto abbastanza danni).

La transizione e' chiara. Fuori i rottami che hanno affossato questo paese, dentro gli ex-giovani, quelli come Enrico Letta, Debora Serracchiani, Matteo Renzi (che avra' 40 anni quando diventera' Presidente del Consiglio) e tanti della nostra eta'. Con abbastanza energie rimaste per combattere, e uno scopo chiaro: che i nostri figli trovino un paese migliore di quelli che abbiamo ereditato noi.

Lo sento. E' arrivato il nostro momento. Forza che questo paese lo cambiamo davvero. E' ora.


27 marzo 2013

Google Glass: la grande occasione

Non capita di frequente che uno strumento rivoluzionario si presenti al mondo. Quando succede, te lo ricordi. Come la prima volta che ho visto un telecomando (eh si', sono cosi' vecchio...), un cellulare (non c'e' il filo e si parla???), quando ho fatto la prima chiamata interoceanica video con Skype, quando ho toccato un iPhone e ho fatto pinch&zoom, eccetera eccetera.

Adesso, e' arrivato Google Glass. Non chiedetemi se sara' un successo o meno (ho tanti dubbi), pero' una cosa e' certa: e' una rivoluzione.

Guardatevi questo video.


Lo so, il 99% dei casi che sono citati nel video succedono una volta al mese (se vivete una vita intensa). E vi tocca portare questi occhiali tutti i giorni, perche' altrimenti vi servono proprio la volta che li avete lasciati a casa (legge di Murphy).

Ora, io gli occhiali li porto gia', quindi l'idea di aggiungerci un piccolo aggeggio non mi preoccupa molto. E mi incuriosisce da matti capire come possa funzionare l'interazione, e quanto tempo ci vorra' prima che mi venga mal di testa.


Ad ogni modo, cio' di cui sono sicuro e' che la nuova frontiera passa per gli occhiali. E' una trasparente integrazione di tecnologia e fashion.

Guarda caso, in Italia abbiamo il monopolio degli occhiali. A livello mondiale. Siamo i primi, e di gran lunga. Non ci batte nessuno.

Google Glass e la sua rivoluzione gira intorno a un oggetto che e' made in Italy per eccellenza.

E' una grandissima opportunita', la piu' grande per il nostro paese da quando sono nato (almeno). Se diventiamo i leader sugli occhiali tecnologici, possiamo dire la nostra su tutto quello che succedera' in futuro.

Non dobbiamo lasciarci sfuggire questo occasione.

28 febbraio 2013

Possiamo solo migliorare

Oggi ho avuto la cattiva idea di postare su Facebook una foto che mi sembrava facesse ridere. E ho scatenato un casino...

Ieri avevo ritirato l'auto a noleggio a Linate. La tizia mi ha dato le chiavi attaccate con lo scotch, senza dire niente. L'addetto alla consegna dell'auto mi ha detto con orgoglio che le chiavi le aveva sistemate lui, "perche' altrimenti il pezzo di ferro si muove. E poi 'sta macchina e' vecchia, ed e' ora che la vendiamo".


Io mi sono scompisciato dal ridere, e ho cominciato a pensare a questo bel paese mentre guidavo verso Torino (si', la macchina va benissimo...).

Tutto sommato, quella chiave e' lo specchio del paese. In cui non va un cacchio, ma un modo per andare avanti lo si trova sempre. Basta un po' di scotch.

Venivo da due giorni a Barcellona, dove avevo incontrato italiani disperati. Gente che si e' data un ultimatum di 45 giorni per lasciare il paese, dopo le elezioni che ci garantiscono che non cambiera' niente per altri sei mesi come minimo.

Avevo provato a rinfrancarli, perche' io sono e rimango ottimista (che e' facile, se si vive all'estero). Ho la sensazione che il momento del cambiamento sia arrivato. Secondo me abbiamo toccato il fondo (anche se uno dei ragazzi italiani mi ha detto "eh, ma poi si puo' cominciare a scavare...") e non possiamo che migliorare. Dubito con questo governo, se ci sara', ma io ho grandi speranze in quello prossimo a breve.

Il mio post su Facebook ha scatenato una serie di insulti notevoli. "Cos'è questa moda di parlar male del proprio paese?!". "Non perdi occasione per snobbare questo paese". E allora in America? E allora in Africa?

E' come se il fatto che il paese sia in una palude, e che dobbiamo tutti fare qualcosa per tirarlo fuori, non sia rilevante. Bisogna solo parlarne bene. E guai se lo dice qualcuno che vive all'estero (che per definizione e' "snob"). E poi ci sono posti in cui si sta peggio.

Non ho dubbi che ci siano posti in cui si sta peggio (nel 70% degli Stati Uniti, presumibilmente), ma questo non cambia la situazione drammatica dell'Italia.

La ripartenza si innesca dalla realizzazione che siamo messi male. E non ci vuole un genio per dirlo. Fare finta che vada tutto bene, non serve a niente. Ci sono un sacco di cose da cambiare. E' da qui che si puo' ripartire e migliorare. Ci vuole uno sforzo di tutti, nonostante la politica.

E i mezzi per farlo, li abbiamo. Si comincia con un po' di scotch, poi si vende 'sta macchina che e' vecchia, e poi quella nuova cambia tutto. Dai che ce la facciamo.