27 ottobre 2012

Siamo tutti startappari. Cosa c'e' di male?

Il bel paese non finisce mai di stupirmi (o forse e' proprio il contrario).

Venti anni fa o giu' di li', quando ho cominciato a fare startup, nessuno sapeva neanche cosa fosse una startup (manco io :-)

Dieci anni fa, le aziende innovative (che da noi non si chiamavano ancora startup) sono diventate una schifezza immonda, la rappresentazione in vita dell'inferno, che porta alla bolla che esplode. La maledetta bolla Internet, che secondo i giornali "ha distrutto l'economia americana". Ovviamente, solo se si escludono casi tipo Google e Amazon, che poi sono gli unici che contano: la bolla che esplode segue la filosofia di Darwin, ed e' sempre una buona cosa.

Poi di nuovo silenzio, finche' daje daje siamo riusciti a far diventare la startup una bella cosa. Anche in Italia. Sono anni che spingiamo - in tanti - per far capire al mondo italico che l'unico modo per uscire dalla palude in cui e' finito il nostro paese e' attraverso queste micro-imprese innovative. Che, siccome innovano, si scontrano con il signor Darwin molto presto: o crescono e diventano grandi imprese (tipo Google) oppure muoiono in fretta (tipo il restante 99.9%, una su mille ce la fa). L'opposto delle nostre piccole e medie imprese, che hanno tenuto in piedi il paese fino agli anni 90 e che ormai segnano il passo perche' non riescono a essere competitive con il resto del mondo (che invece ha voglia di innovare, e non ha paura di rischiare).

Qualche anno fa, mi sentivo una mosca rara. Poi con blog vari, conferenze, Mind the Bridge, gruppi su Facebook, barcamps e tutto il resto, l'idea di fare startup si e' diffusa anche in Italia. Fino a diventare una moda: siamo tutti startappari (e io passo per il nonno degli startappari, che mi viene male...). Basta avere una idea, mettere in piedi una SRL a un euro, e si ha la possibilita' di sentirsi il nuovo Zuckerberg (anche se lui e' comunque piu' giovane). E le startup stanno venendo su come i funghi.

Cosa c'e' di male?

NIENTE.

Non c'e' niente di male. Va benissimo. Piu' startup ci sono, piu' Zuckerberg in potenza ci sono, piu' alte sono le probabilita' che una su mille (o un milione) ce la faccia.

E' bellissimo che un sacco di ragazzi e ragazze vogliano fare startup. Che vogliano innovare. Che vogliano rischiare per realizzare i loro sogni. Che facciano qualcosa che gli piaccia davvero, invece di fare fotocopie per anni.

E pazienza che la maggior parte falliranno. E che il fallimento diventi finalmente parte del rischiare, anche in Italia (dove non si puo' fallire, e quindi non si puo' rischiare). Oggi si rischia, domani si fallisce.

Qualcuna, ne sono certo, ce la fara'. E' l'unica cosa che conta.

Pero' da quando la parola startup e' diventata di moda, perfino codificata dal governo (un miracolo, ci sono giorni in cui non ci credo ancora), sono saltati fuori gli uccellacci del malaugurio. Quelli che stanno aspettando che cominci la moria delle startup per potere dire "Vedete? Queste startup del cacchio non valgono niente, torniamo al modello che funzionava". Esatto, torniamo al tornio e alla terza rivoluzione industriale, o alle guerre medievali che eravamo forti.

Invece, dobbiamo guardare avanti. Le aziende che innovano sono il futuro. Dobbiamo diventare bravi a fare startup (ci vuole tanta educazione), farne tante e farle bene. In modo integro e onesto. Sapendo che si puo' fallire, anzi sapendo che la probabilita' piu' alta sara' che falliremo.

Quelli che dobbiamo non ascoltare sono gli uccellacci del malaugurio, quelli che "vedrete quanti non ce la faranno e se ne torneranno a casa con le orecchie basse". Quelli che si schifano che tutti vogliano fare startup come se ci fosse qualcosa di male. Quelli che dicono che "la mia startup e' una startup vera, gli altri stanno facendo solo finta".

Non possiamo allontanarli, possiamo solo andare avanti, a testa bassa, lavorando e sudando tutti i giorni (fare startup e' 1% ispirazione, 99% traspirazione), sperando di dimostrare che non avevano ragione loro. E se anche fosse, pazienza. L'importante e' crederci, sognare, e soprattutto provarci. Chi non ci prova (loro) non ce la fara' mai. Ricordiamoci di goderci il viaggio, non solo l'arrivo, altrimenti e' dura.

Siamo tutti startappari. Con il sorriso sulle labbra. Noi almeno facciamo qualcosa che ci piace e coltiviamo i nostri sogni. E un giorno questo paese lo tireremo fuori dalla palude. Voi?