25 febbraio 2011

Perche' c'e' da essere ottimisti

Due settimane fa ero a Roma per la Social Media Week. Due giorni di full immersion nel panorama dell'high tech Italiana, per capire dove stiamo andando (e perche' stiamo andando).

Scendo dall'aereo a Fiumicino e mi catapulto alla serata Ignite di Nicola Mattina. Mi siedo per venti minuti e mi passano davanti una serie di startup. Gente che parla bene l'inglese, alcuni perfino madrelingua. Temi interessanti, prodotti avanti, pensieri completi. Chiudo gli occhi e sono in Silicon Valley. La stessa energia, la stessa voglia di fare e creare. Poi esco e fuori c'e' Roma. Incredibile.

Il giorno dopo mi saltano due impegni all'ultimo minuto, e mi ricordo che sono in Italia. Ma si infila l'opportunita' di visitare il nuovo incubatore di Luigi Capello, EnLabs. Stessa cosa del giorno prima, gente che parla inglese, arredamenti e quadri da incubatore giovane, gente con la testa diversa.

Parlo all'evento di Giorgia Petrini, insieme a tante persone che la pensano come me. Solo che loro vedono tutto nero. L'Italia fa schifo, l'Italia e' indietro, non c'e' innovazione a parte il bunga bunga etc. Io invece continuo a pensare a quello che ho appena visto. Al fatto che sette anni fa, quando sono partito con Funambol per gli Stati Uniti, non c'era niente. Nessun VC, nessun angelo (a parte in Vaticano), nessuno che sapesse cosa fosse un Series A, una startup, nessuno che pensasse "si puo' fare". Provo a spiegarmi, provo a dire che qui negli ultimi anni e' successo qualcosa, che se continuiamo a crescere cosi', aggiungendo startup tutti i mesi, angeli e VCs e soldi, grandi exit tipo Neptuny e Cace, la Silicon Valley in Italia la portiamo davvero.

La sensazione, come al solito, e' che non mi senta nessuno.

Eppure e' vero. Prima di cena, di nuovo a EnLabs. Stessa storia, stanza piena di giovani imprenditori, nulla da invidiare a San Francisco. E ancora a cena, altra gente, altri posti, tutti col pensiero al futuro.

E si ripete il giorno dopo nel posto piu' improbabile: Palazzo Chigi. L'auditorium e' pieno, Marco Montemagno e' un grande come sempre (lui e' la Silicon Valley in Italia), c'e' gente che fa domande intelligenti, poca polemica (parola di cui non c'e' traduzione in inglese) e tanti fatti. E anche sul palco ci divertiamo, compreso il Ministro (probabilmente per colpa di una delle mia solite vaccate).


Lo so che non mi sente nessuno. Lo so che ci credo solo io. Ma invece dovete proprio credermi: stiamo facendo passi da gigante. Il motivo per cui io li vedo, e chi e' in Italia no, e' solo una questione logistica. Io vivo lontano, guardo da fuori, non sono in mezzo alla melma a nuotare (per forza che si vede nero...). Ho un punto di vista privilegiato. Da qui si vede in Italia una Silicon Valley che nasce, un ecosistema che si sta costruendo, una mentalita' che sta cambiando. Da Mind the Bridge a Working Capital, dai Mille all'Agenda Digitale. Siamo sulla strada giusta, un po' di pedalate e scolliniamo, non fra cento anni, e neanche fra dieci, possiamo farcela in cinque.

Ecco perche' c'e' da essere ottimisti. Nonostante il bunga bunga.


1 commento:

  1. Fabrizio, sottoscrivo in pieno la tua impressione partendo dall'ottica di chi fornisce servizi alle startup.

    Cinque anni fa c'erano pochi neo-imprenditori illuminati che magari avevano scoperto il mondo delle startup grazie alla rete a fronte di una massa di neo-laureati inconsapevoli di queste opportunità, mentre oggi tra programmi di scambio, eventi di networking, programmi di finanziamento, etc.. la situazione sta nettamente evolvendo nella direzione che noi auspichiamo.

    Certo, resta sempre il fatto che l'italia sia dal punto di vista del sistema impresa che da quello fiscale resta ostile a questa forma di imprenditoria, però è un'inizio :)

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