14 dicembre 2010

The Wave to Silicon Valley

Uno dei difetti del nostro paese e' dimenticarci le storie di successo. Anzi, non parlarne per niente.

La prima volta che sono andato a Brescia a incontrare Massimo Sgrelli di Wave Group non sapevo nemmeno chi fosse Wave. E' vero, vivo lontano, pero' una azienda di informatica Italiana con piu' di mille dipendenti e' dura da ignorare. Soprattutto se e' partita da quattro soci ed e' cresciuta cosi' in fretta. Una storia di grandissimo successo, di cui tutti dovremmo andare fieri.

Di sicuro non per merito mio, Massimo ha deciso di fare il salto in Silicon Valley. La sua idea e' di catturare i bisogni della Silicon Valley quanto a sviluppo software, e portarli in Italia. Qui si fa fatica a trovare software designers, c'e' la guerra dei talenti. E noi di talenti ne abbiamo da vendere. Prendere lavoro qui e portarlo in Italia, la ricetta e' semplice. Per quanto potro', saro' qui ad aiutarlo, su questo ci potete scommettere.

Qui sotto un video che viene da Italiani di Frontiera, il sito del mitico Roberto Bonzio. Da vedere.

6 novembre 2010

Giovani Talenti

Quando Sergio Nava di Radio 24 mi ha chiamato chiedendomi di partecipare a una puntata di "Giovani Talenti", ho pensato "solita storia, in Silicon Valley sono un imprenditore anziano (fra poco compio quarant'anni!!), mentre in Italia mi considerano ancora un giovane imprenditore". E invece no. La puntata parla di Augusto Marietti e di Mashape, giovani davvero. Io partecipo da anziano, per dare il mio contributo di saggezza (magari....).

In ogni caso, ne e' venuta fuori una puntata interessante che vi linko qui sotto. Io sono un grande fan di Mashape, e sono convinto che Augusto e C. faranno successo, in un modo o nell'altro (di tempo ne hanno ;-) Siamo pero' diversi nell'approccio: Augusto dice "scappate dall'Italia", io dico "mandate qui il CEO, ma i cervelli lasciateli in Italia".

Strano. Di solito chi invecchia si inacidisce. Invece in Italia in acido sono i ragazzi giovani. Bisogna crederci un po' di piu' nel nostro bel paese. Le risorse sono fantastiche. Se non ci credono i ragazzi giovani andiamo male. Un po' di ottimismo e ce la facciamo, forza!!

17 settembre 2010

Riccardo Donadon, H-Farm e l'Italia che tira

Uno degli scopi di questo blog e' mettere in evidenza che un po' di Silicon Valley in Italia c'e' gia'. Vedere delle storie di successo, capire che non si e' poi cosi' lontano, aiuta moltissimo.

Uno dei casi piu' eclatanti di successo e' H-Farm di Roberto Donadon. Questa mattina ho letto un articolo di Antonio Savarese su Data Manager a proposito del sogno H-Farm e Ca'tron. Ci sono dentro tanti spunti molto interessanti, per cui consiglio una lettura completa.

Antonio chiama Riccardo "imprenditore romantico", definizione che trovo azzeccatissima. Fotografa l'aspetto positivo di alcune persone speciali, come Riccardo, che non pensano al proprio successo come qualcosa di indipendente dall'ambiente circostante. Pensano al proprio successo come traino per il successo di tanti altri. Che poi si tira dietro tutto il paese, uno strattone alla volta.

Roberto dice:
Abbiamo impiegato molti più anni di altri paesi a capire che la bolla Internet del 2000 non era colpa della tecnologia, ma della finanza, e comunque pur rimanendo un paese molto restio ad usare fino in fondo la tecnologia, l'amiamo. L'Italiano è innamorato dei gadget tecnologici. Il problema è che non ci crede all'idea di poterne essere protagonista anche nella loro creazione e rimane in superficie osservandone critico o entusiasta i cambiamenti. Senza esserne protagonista.
Verissimo. Sepoffa'. E' il tormentone alla Obama che ritorna. Ragazzi, possiamo essere protagonisti. Gli esempi cominciano a spuntare. Sepoffa'. Forza!

E aggiunge:
Dall'altro lato c'e' il mercato, ed il venture capital. Il primo problema è che in Italia non c'e' un reale mercato di M&A (merger & acquisition) di startup 2.0. I grandi player, le grandi aziende Italiane, non comprano startup e gli stranieri non investono facilmente in Italia. [..] Noi comunque abbiamo suggerito una cosa molto semplice al ministro Brunetta quando è stato da noi. Creare un vantaggio fiscale per l'acquisto delle startup alle aziende, a patto che dentro ci sia un venture capital. In questo modo il venture capital diventa un certificatore, la startup trova un mercato e le aziende hanno un vantaggio economico.
On the money, dicono gli amerikani. Uno dei problemi piu' grossi che abbiamo e' la mancanza delle exit che tarpa le ali al mondo dei Venture Capitalist. Non siamo un paese ricco (almeno per quanto riguarda i soldi pubblici) pero' possiamo comunque aiutare chi compra con dei vantaggi fiscali. E' un suggerimento facile facile, che da solo potrebbe stimolare moltissimo il mercato delle startup e tutto cio' che ci gira intorno.

Quando si parla di Sviluppo Economico in Italia (e ogni tanto se ne parla...), secondo me bisognerebbe focalizzarsi su come far crescere il mercato delle startup, non sulla difesa di quello che c'e' dalla paura della globalizzazione. Se qualcuno la' in alto lo capisse, saremmo messi molto bene. Altrimenti, poco male, lo facciamo lo stesso ;-)

E lo facciamo partendo da Ca'tron, dai casolari e dall'ingegno e creativita' di gente come Riccardo Donadon.




13 settembre 2010

Exit: non aprite quella porta

L'estate sta finendo con un bel dibattito tra gli startuppers italici. Si parla su blogs e Facebook. Si commenta e ci si agita pensando a quanto la Silicon Valley sia lontana dall'Italia. Io che vivo a cavallo del ponte, con la testa di qui e il corpo di la' (o viceversa, dipende da con chi parlate), mi diverto a leggere un po' di tutto.

Tra le tante cose, c'e' un argomento su cui mi sembra ci sia un sacco di confusione: come funzionano le exit qui (e come dovrebbero funzionare in Italia se e quando riusciremo a trasferire un po' di cose da qui a li'). E' un problema grosso, perche' la exit e' lo scopo finale. E se non si e' d'accordo sullo scopo finale, e' dura arrivarci insieme.

Provo a riassumere quello che so e che ho imparato (non che sia giusto per forza, ovviamente).

La exit e' il momento in cui chi ha investito in una startup vede tornare a casa i suoi soldini, possibilmente moltiplicati per 10. Nello stesso istante, anche i fondatori e tutti i dipendenti con stock options si intascano del denaro. E' la trasformazione del sudore in dollari.

Ci sono due exit:
  1. l'azienda viene quotata in borsa. Entrano capitali nuovi, le azioni si possono liberamente vendere (di solito dopo un periodo di lock-up per i dipendenti) e tutti sono felici. Peccato che di quotazioni IPO ormai se ne vedano pochissime.
  2. l'azienda viene venduta a qualcuno di grosso e di solito pubblico. Che sia in cash o stock dell'azienda pubblica cambia poco. Il sudore si trasforma in dollari. Nella maggior parte dei casi ci vuole un po' perche' l'azienda acquirente blinda i dipendenti chiave per qualche anno, rilasciando soldini a tempo (per tenersi i dipendenti bravi, che sono uno dei motivi principali dell'acquisizione)
Perche' da noi e' dura o impossibile:
  1. Non ci sono gli acquirenti... Sembra un problema grosso a sufficienza ;-) Senza Google, Cisco, Microsoft e tutti gli altri che comprano, come si fa a vendere? In Italia mancano le grandi aziende che fanno acquisizioni.
  2. C'e' un mercato di borsa asfittico. Non abbiamo manco piu' il Nuovo Mercato. Se e' inchiodato il Nasdaq, il resto non sta meglio (anche se conosco un'azienda che sta per quotarsi in Italia, quindi non si sa mai).
  3. Gli imprenditori non vogliono vendere. C'e' il terrore della exit. Il sogno di tanti e' passare l'azienda ai figli. Alcuni scrivono che la exit significa che i VC se ne vanno perche' qualcuno gli compra le quote. Che e' un mix del modello tradizionale (creo un'azienda e me la tengo per la vita) con quello del Venture Capital (voglio i capitali per crescere). Peccato che non funzioni perche' chi mai compra le quote del VC e non si piglia il resto?? Io no di sicuro :-)
  4. Vendere fa schifo, vuol dire abbandonare, fallire... La exit fa paura. La mentalita' del lavoro per la vita (ma quando mai, e' ora che si capisca che non esiste piu') si estende agli imprenditori. Faccio l'azienda per la vita. Se va giu' l'azienda, vado giu' anche io (fallimento, la macchia per la vita). Ma perche'?? Dopo qualche anno a fare la stessa cosa tutte le sante mattine, non ci si rompe le palle (pardon my French)? Non e' meglio vendere quando si ha l'occasione, e poi fare qualcosa di piu' divertente? Magari un'altra azienda? Concordo che i soldi facciano schifo e non fanno la felicita' (sono buddista di ispirazione), ma il cambiamento e' il sale della vita. Chi non cambia fa la muffa.
Qui mi fermo. Potrei andare avanti per ore, soprattutto sugli ultimi punti, che sono figli di una mentalita' diffusa. Il problema enorme e' che per avere Venture Capitalist (che sono alla base della ricchezza intellettuale e non della Silicon Valley) ci vogliono le exit. Senza exit, non ci sono VCs, perche' loro hanno fondi da dieci anni e dopo cinque dall'investimento devono vedere tornare i soldi. Altrimenti il modello non funziona. Punto.

E se non c'e' nessuno che ti compri, e se non vuoi vendere... e' dura sperare che nasca del Venture Capital italiano solido. Magari si vende in Europa (o negli USA) e si salta il primo problema. Ma se gli imprenditori vedono i VC come dei passeggeri che tanto prima o poi scendono, o peggio che vogliono stare con l'azienda per la vita... il giochino non funzia. Se volete l'azienda per la vita, lasciate stare i VC. Non cominciate neanche a cercarli. Perche' se per sbaglio li trovate, vi rovinate l'esistenza.

Okkio: io ho grande rispetto nei confronti delle aziende per la vita (qui le chiamano lifesyle companies). Alcune (pochissime) diventano anche grandi - anche se ci vuole una vita... Non sono una cosa brutta, anzi. Pero' non ci stanno con il modello delle aziende della Silicon Valley, con le startup finanziate dai Venture Capitalist, con il modello che ha generato Google, Facebook e tantissimi altri. Che e' quello che secondo me puo' tirare fuori dal pantano il nostro bel paese. Di aziende per la vita in Italia ne abbiamo a decine di migliaia (abbastano). Quello che ci mancano sono le startup che esplodono.

La exit e' lo scopo finale del mondo delle startup finanziate. Si parte e si mira a quello. Se non si riesce, pazienza, se ne fa un'altra (lascio la discussione sull'onta del fallimento a un altro post ;-) Ma il target deve essere chiaro. E come ci si arriva deve essere chiaro. E la mentalita' dietro deve essere quella giusta. Altrimenti si butta via il tempo tutti.

Della exit non si deve avere paura. E' una cosa bella. Fantastica. Dovrebbe essere il sogno da inseguire. La porta con su scritto exit e' quella che vale la pena aprire. Non c'e' da avere paura.




6 settembre 2010

L'Italia che vuole cambiare

Sara' il clima del ritorno a scuola dopo le ferie, ma il dibattito italico sull'imprenditorialita' e il bisogno di cambiare si e' di colpo intensificato. Prima il discorso di Marchionne, oggi la "Lettera aperta all’Italia, investitori e startup" di Augusto Marietti, CEO di Mashape. Un altro scritto da non perdere.

Il suo “Dove credete di andare, avete solo 19 anni e siete in Italia”, mi ricorda parecchio il mio "Lei ha ragione, ma ha solo 23 anni". La nostra riposta e' stata simile. Siamo emigrati. Loro sbattendo la porta, io mantenendo i piedi in Italia (perche' l'ho fatto dieci anni piu' vecchio). Pero' vedrete che se Mashape cresce, alla fine finiranno ad assumere in Italia, perche' e' il posto migliore al mondo dove sviluppare software.

Augusto l'ho incontrato a Milano qualche anno fa. Un'energia straordinaria e un'idea imprenditoriale in testa. Poca gente disposta ad ascoltarlo, un salto in Silicon Valley a mangiare burgers per terra, poi qualche soldo per lanciarsi in una grande avventura. Un mix di sacrificio, impegno, entusiasmo e voglia di cambiare il mondo. Rinfrescante.

I ragazzi di Mashape rappresentano quella parte dell'Italia che vuole cambiare. Non solo se stessi e il paese. Vogliono cambiare il mondo. Se leggete le decine di commenti sotto il blog, vi accorgete di cosa vuol dire.

Vuole dire pedalare in salita...

Chi gli dice "siate umili" sbaglia tutto. Non si cambia il mondo essendo umili. Si cambia il mondo se si e' convinti di potercela fare. Anche quando tutti ti dicono che non ce la farai. Anche quando e' chiaro che non ce la farai. Eppure, qualcuno ci riesce.

Chi gli dice "vi aspettiamo fra un anno e poi vediamo" sbaglia di nuovo. E' vero, conta chi arriva, ma e' piu' importante chi parte. Chi non parte non arriva. Solo quelli che si lanciano ce la possono fare. Che ce la facciano o meno, non e' importante. Si sono lanciati, stanno provando a cambiare tutto, tifiamo per loro e se non ce la fanno... pazienza. Complimenti per averci provato. Avete fatto esperienza e la prossima volta sara' quella buona. Siete dei grandi. Forza ragazzi!

Chi dice "CHI SEI E DA DOVE VIENI CONTA PIU’ DELLA TUA IDEA. CHI SEI, COSA HAI FATTO IN PASSATO, QUANTI ANNI HAI, CONTA PIU’ DELLA TUA IDEA" sbaglia perche' se c'e' una cosa da cambiare in Italia e' proprio questo. Chi e' tuo padre, chi e' il tuo padrino, dove sei nato, quanti anni hai sono cose che non dovrebbero contare. Mai. Conta il merito. Se sei bravo, se hai una buona idea, se sei meritevole, vai premiato. Ti vengono date le opportunita' e alla fine cambi il mondo. In Silicon Valley e' cosi'. In Italia ancora no, ma dovremmo tutti lavorare perche' diventi cosi'. Altrimenti rimaniamo il paese degli imprenditori figli di imprenditori. Il paese in cui chi parte da zero e arriva in alto e' un arricchito, che schifo. Meglio i nobili di quelli che sudano, perche' a sudare si puzza. E invece no. Meglio chi parte da zero, il self-made-man americano, l'Obama figlio di nessuno, il Marchionne che emigra a 14 anni figlio di un carabiniere. Meglio di Agnelli. Va premiata la fatica, il merito, il sacrificio, non chi sei e da dove vieni. Altrimenti non si cambia mai.

Pero', alla fine di tutti i commenti, ne rimane uno solo. Quello che apre il cuore non e' solo il post ma la quantita' di commenti sotto. Non importano i contenuti (america si', america no, italia si', italia no) ma il fatto che ci sia cosi' tanta gente che partecipi. Stiamo andando nella direzione giusta. Si sta creando quell'ecosistema che ci manca. Che puo' trascinare tutti quelli che la paura di cambiare ce l'hanno davvero.


26 agosto 2010

La paura di cambiare

Vivere lontani dall'Italia ha i suoi pregi (accanto ai tanti difetti). Uno dei pregi e' che si vedono le cose dall'esterno, senza essere immersi nelle beghe quotidiane, tipiche del nostro Bel Paese.

Per esempio, io di cosa stia succedendo a Melfi o Pomigliano so poco o niente. Per cui ho l'opportunita' di leggere l'intervento di Marchionne a Rimini senza preconcetti, guardando ai contenuti di ampio respiro ed evitando i dettagli di questi giorni.

Per me, questo documento (che vi consiglio vivamente di leggere per intero cliccandoci sopra) e' uno dei migliori scritti che sia mai uscito dall'Italia.

Lo so, sono di parte. Marchionne e' un espatriato come me. Uno che ha visto l'Italia da fuori per tanti anni. Ed e' un imprenditore o comunque un manager, e parla da imprenditore. E' difficile per me non riconoscermi in quello che dice. Anche perche' lo dice bene. E mi trovo ad essere praticamente d'accordo su tutto...

Cito a casaccio:
  • Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta e in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti. Non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo. [..] Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere – e per farlo in fretta. Il contatto con un mondo sconosciuto è qualcosa che ti cambia nel profondo perché ti costringe a contare solo sulle tue forze e a superare i tuoi limiti.
  • Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse né fiducia verso questo straordinario bacino di informazioni.O forse, più semplicemente, non ne vogliamo sapere perché ci manca la voglia o abbiamo paura di cambiare. Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno.
  • Questo è il momento di accettare il cambiamento come la possibilità per creare una base di ripartenza sana, come un’occasione per iniziare a costruire insieme il Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni. Tutti noi esaltiamo il cambiamento come uno straordinario motore di progresso, come la più grande fonte di opportunità. Troppo spesso, però, l’elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa. Va bene finché non ci riguarda. Noi siamo liberi di scegliere qual è il tipo di cambiamento che vogliamo: il nostro o quello degli altri. Nel farlo, dobbiamo essere consapevoli che il primo richiede energia, coraggio e determinazione nel costruire il nostro destino. L’altro, invece, ci condanna al ruolo di spettatori e potenziali vittime del processo.
  • Ma rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato.
  • In questo, vorrei che fosse riconosciuta anche la dignità del mestiere dell’imprenditore.
    La responsabilità associata ai suoi compiti è enorme. Penso ai rischi che si assume, agli impegni che prende, agli sforzi che compie per aprire la strada ad uno sviluppo internazionale dell’azienda e all’impatto che le sue scelte possono avere sulla società. E’ una responsabilità che dovrebbe meritare, se non stima, almeno rispetto.
  • Da tutte le esperienze che ho fatto nella mia vita, mi sono reso conto che ogni storia di successo si basa sulla capacità di donne e di uomini di assumersi la responsabilità e l’impegno di imprimere una svolta culturale a un certo ordine di cose. Il cambiamento è una delle forze più potenti che abbiamo a disposizione e che possiamo controllare per costruire qualcosa di grande.
  • Essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare. Essere liberi vuol anche dire trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato, le vecchie abitudini e le dipendenze.
    Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere. Fanno solo perdere il senso del viaggio. La libertà di cui parlo è prima di tutto una libertà mentale, la condizione che raggiunge chi decide di confrontarsi con il mondo e di sposare l’etica del cambiamento.
E qui mi fermo. Altrimenti lo copio tutto ;-)

La paura di cambiare, o la vana speranza che succeda se "cambiano gli altri", e' quello che frena l'Italia. Inchiodata al passato, persa, non libera di guardare al futuro. Priva di impegno e senso di responsabilita'. Un'Italia che pero' puo' cambiare e deve farlo. Partendo dai giovani e dagli imprenditori.

Ci voleva un espatriato di ritorno per dirlo cosi' bene...









11 giugno 2010

L'Italia e l'Internet degli oggetti

La settimana scorsa mi sono purtroppo perso un evento a cui non ho mai partecipato (se non in video una volta) ma che e' fantastico: Frontiers of Interaction 2010. E' una conferenza tutta italiana, nata dalla mente del grande Leandro Agro', uno che la Silicon Valley ce l'ha dentro. Mi hanno segnalato il suo intervento, perche' parla di me (grazie, troppo buono).

Non e' quello che dico io che e' importante, ma il quello che dice Leandro: il mondo va verso l'Internet degli oggetti. E' un'opportunita' incredibile per il nostro paese. Di oggetti ce ne intendiamo, siamo i migliori al mondo, abbiamo delle tecnologie straordinarie e degli ingegneri bravissimi (da quelli della Ferrari a quelli di Funambol). Non lasciamoci scappare questa occasione.



Video a http://www.siliconvalleyitalia.com/2010/06/litalia-e-linternet-degli-oggetti.html

7 giugno 2010

Pensare in grande

Tra le tante cose che ammiro qui in Silicon Valley, una delle piu' lontane dal belpaese e' "Think Big". Pensare in grande. Non accontentarsi di creare un'aziendina, ma sparare alla luna (anche se sembra strano, e' un modo di dire calzante...). Le probabilita' magari non sono eccelse (alla luna e' dura arrivare), poche aziende diventeranno Google o Facebook, ma se non si prova... di sicuro non si riesce.

Oggi mi e' capitato in mano un report dell'Eurobarometer, e una delle domande mi ha colpito: hanno chiesto a gente di tanti paesi quale tipo di suggerimento darebbero a un amico che ha deciso di creare un'azienda. 


Il 41% dei Francesi (i Francesi!!) da' come suggerimento di crescere in fretta. Think Big. Come in Silicon Valley. Solo il 7% degli Italiani la pensa cosi'. Invece, il 77% degli Italiani suggerisce di crescere piano piano, o anche di non crescere del tutto.

Il problema di crescere piano e' che non si cresce. E' come quando Tremonti dice che l'obiettivo e' "tenere": alla fine si fa tutto per tenere. Ma non si fa niente per crescere. L'obiettivo deve essere di crescere, di espandersi in fretta, di battere la concorrenza. Di guadagnare quote di mercato. Di creare la nuova Google.

Chi sta fermo non va da nessuna parte. Se vogliamo copiare la Silicon Valley (e lo vogliamo, perche' qui si cresce :-) bisogna che cominciamo a pensare in grande.

11 maggio 2010

La lezione di Bardi

Se seguite questo sito, conoscete la mia venerazione per Andrea Pontremoli, Amministratore Delegato di Dallara. Lo scorso autunno ho portato tutti i componenti del mio board (Venture Capitalist Americani) a Bardi, a fargli conoscere Andrea e l'eccellenza italiana. E la creativita', che consente ad Andrea di creare il connubio perfetto tra globalizzazione, tecnologia e qualita' della vita. Se avessimo 1,000 Andrea Pontremoli, il nostro paese sarebbe all'avanguardia mondiale. Per ora ce ne facciamo bastare uno, sperando che tanti si ispirino a lui. L'unicita' di cui parla non significa che lui sia unico. L'idea e' geniale, ma e' replicabile. Dove nascera' la prossima Bardi?



http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=reality&video=39081

17 aprile 2010

Funambol e il sogno della Silicon Valley in Italia su Rai2

Rai2 ha mandato in onda un bel servizio con i miei ragazzi di Pavia. Finalmente uno in cui la mia facciona non si vede. Chi parla e' la mente di Funambol, e dice delle cose molto intelligenti (non per altro me lo sono scelto come socio :-)

20 marzo 2010

Mind the Bridge 2009 Gran Finale: e il ponte avanza

Questa settimana ho partecipato al bellissimo evento Gran Finale di Mind the Bridge 2009 a Stanford.

Per quelli che hanno vissuto sotto un sasso per gli ultimi tre anni, si tratta di una fondazione americana - capitanata da Marco Marinucci - che sta costruendo un ponte tra l'Italia e la Silicon Valley. L'idea nasce come business plan competition con due eventi, una prima selezione in Italia e un roadshow per i vincitori in Silicon Valley. Il roadshow termina con il Gran Finale, dove le aziende si presentano alla comunita' dei VC locali. A questo si aggiunge il Gym, uno spazio per le imprese che qui in Silicon Valley si vogliono fermare.

Il comitato di selezione era di prim'ordine (ovviamente, perche' l'ho selezionato io :-) con Venture Capitalist locali, ma di varia estrazione. Come nelle barzellette, avevamo l'Italiano, il Finlandese, l'Indiano, l'Israeliano...

Le startup sono state bravissime. Chi presentava era sul pezzo, preciso, diretto, veloce (avevano cinque minuti). Addirittura, parlavano bene l'inglese. Fantastici. Sono estremamente orgoglioso. Hanno dimostrato che le nostre startup non hanno nulla da invidiare a quelle del resto del mondo. Il comitato di selezione era davvero impressionato (e di startup ne vedono tante, tutti i giorni). Complimenti a tutti quelli che hanno fatto il coaching e il mentoring, il loro lavoro si' e visto eccome...

Ha vinto VRMedia, e congratulazioni a loro. Gran bella idea. Ben presentata. Forza ragazzi, fateci sognare. Il video della premiazione con un idiota che parla in bretelle e' QUI.

Pero' qui sotto voglio mettere una frase dei miei idoli del Mind the Bridge 2009, anche se non hanno vinto: i ragazzi di Prossima Isola con WhereIsNow. Il loro blog Prossima Impronta e' da leggere, parola per parola, video per video. Se in Italia riusciamo a moltiplicare Daniele e Marcello per mille, il nostro paese lo cambiamo davvero.


9 marzo 2010

Il calcio e fare impresa in Italia

Ok, lo ammetto, sono un emigrato con la passione per il pallone. Cresciuto a pane e calcio, rimango un affezionato anche se qui in Silicon Valley il lunedi' si parla d'altro.

C'e' una ragione per cui mi piace il calcio (quello pulito, lasciamo stare i casi isolati e rimaniamo ottimisti quanto serve): e' globalizzato e meritocratico.

Esattamente come sono le aziende in Silicon Valley. E come dovrebbero essere le nostre aziende in Italia.

Globalizzazione
I giocatori vengono da tutte le parti del mondo. Non c'e' una predisposizione favorevole per i giocatori italiani. Se un giocatore brasiliano e' forte, lo si compra e gioca. Il fatto che non abbia il passaporto di casa e' secondario. Prima viene la squadra. Poi la nazionalita'.

Succede lo stesso in Silicon Valley. Le aziende qui assumono americani e non, il fattore determinante e' il merito, non il colore della pelle.

Meritocrazia
Nel calcio, se un giocatore e' forte, gioca. Se gioca male, va in panca. Se e' scarso, si vende. Se e' giovane e diventa piu' forte di uno anziano, gioca e quello anziano no. E' una meritocrazia brutale. C'e' una classifica e lo scopo e' vincere sempre, e finire il campionato al primo posto.

E' lo stesso nelle aziende californiane. L'anzianita' non conta. Chi e' bravo viene promosso, anche se e' giovane. E chi non e' bravo cambia mestiere o finisce in Serie B, compreso l'allenatore.

Lo so che sembra spietato a chi e' abituato ad anni di posto fisso e scatti di anzianita', ma c'e' una ragione se in cima alla classifica ci sono Google, Apple, Oracle, Facebook, Twitter, Ebay e tante aziende di qui. E non ce n'e' manco una Italiana.

Qui si gioca per vincere, non per partecipare. E si vince se si e' piu' bravi. Il merito e' l'unico parametro che conta. Il resto viene dopo.

Cosa succederebbe se spostassimo la mentalita' che guida il calcio (e piantatela di pensare agli arbitri che non serve a niente) alle imprese? Se gli Italiani amano il calcio alla follia, quantunque super-meritocratico e spesso crudele, perche' non trasferire gli stessi principi alle imprese?

Abbiamo un sacco di giovani stelle nelle imprese, non facciamole invecchiare in panchina. Quelli buoni vanno fatti giocare, e migliorano con l'esperienza.

E' cosi' che si vince il campionato.

2 marzo 2010

Chi sta fermo non va da nessuna parte

Oggi mi e' capitato di leggere un'intervista a Tachi Yamada sul New York Times.

Un passaggio mi ha colpito molto, e lo copio qui sotto anche se non e' un video e anche se e' in inglese (per creare la Silicon Valley in Italia occorre che si parli tutti bene l'inglese, altrimenti possiamo lasciare perdere ;-)

Yamada-san parla di persone, di quelle che sono pronte al cambiamento e di quelle che non lo sono.

You have to have people in an organization who are willing to truly embrace change, because if they don’t, then what you have is an organization that’s constantly fighting to stay at the status quo. And, of course, that leads to stagnation. It’s also an unsustainable model.

I’ve made an observation about people. There are people who have moved. Take somebody who’s a child of an Army officer — they will have moved 10 times in their lives. And then there are people who’ve been born and raised and educated and employed in one town their whole lives. Who do you think is willing to change? I think, in this modern world, you really have to be sure that your work force has the experience of being elsewhere. That experience then has the ability to ensure that you will be comfortable with change.

The biggest problems I see in a group of people who don’t embrace change is that they will always fight anything new, any new idea, any new concept, any outside point of view. And, of course, there are many examples of companies that have failed because of that. So I think that’s a critical point. Almost all of the people on our staff have traveled all around the world, have lived everywhere.

Perche' la Silicon Valley e' un posto speciale? Perche' nei dieci anni in cui ho vissuto qui, ho incontrato al massimo dieci persone che sono nate in quest'area. Le altre migliaia si sono trasferite qui, da lontano o lontanissimo. E sono tutte pronte a cambiare.

Hanno la mentalita' giusta.

Come facciamo a far muovere gli Italiani un po', invece di farli stare vicino alla mamma tutta la vita, belli chiusi alla globalizzazione? In Italia si parla tanto di fuga di cervelli come una cosa negativa, quando invece e' cio' che ha dato inizio alla Silicon Valley in Israele, India o Cina.

E lasciamoli andare un po' in giro 'sti cervelli, cercando di creare le condizioni perche' tornino.

Chi va in giro e' chi porta il cambiamento. E il nostro paese ne ha tanto ma tanto bisogno.

UPDATE: Enrico mi ha suggerito questo video simpatico che ci sta proprio bene in questo post.

26 febbraio 2010

Side Leaders e l'Italia da innovare

C'e' un libro che consiglio a tutti i ragazzi che stanno pensando cosa fare da grande (io, per esempio ;-) : e' il libro di Giorgia Petrini "L'Italia che innova". Si parla di storie di giovani imprenditori, che lottano per creare qualcosa di nuovo e grande. Membri automatici del movimento per una Silicon Valley in Italia.

La settimana scorsa ho partecipato all'evento di presentazione del libro a Roma. Evento bellissimo, all'Ara Pacis (checchenedica William, a me piace, e non mi sembra una stazione di servizio :-)

Devo dire che si sentiva un'energia nell'aria che a volte mi manca, quando arrivo in Italia (in Silicon Valley c'e' sempre, anche al bar dove non si parla di calcio ma di strategie di fundraising...).

C'era entusiasmo. C'era voglia di fare. Giorgia e' un motore di entusiasmo, e questo e' contagioso (basta vedere quanti ragazzi ha aggregato intorno a se').

E' un'idea da seguire, da spingere, da valorizzare (e se ne e' accorta anche la Ministra Meloni, il cui discorso mi e' piaciuto parecchio).

Per arrivare alla Silicon Valley in Italia, bisogna che cominciamo dal modo di pensare dei ragazzi. Bisogna che si rendano conto che si puo' fare, che qualcuno come Luca Ascani a 30 anni ha creato gia' tre aziende, che compra e vende come fossero cioccolatini. Storie vere di gente tosta. Fatte senza la politica, senza le raccomandazioni. Se ce l'ha fatta Luca, perche' non dovrei farcela io?

Non e' tanto l'Italia che innova, e' piu' come innovare l'Italia. Come dare una scarpata al muro dell'immobilismo italico. A tutti quelli che dicono "ehh, ma in Italia non si riesce per questo o quest'altro motivo". A tutti quelli che impilano scuse e si scagliano contro il sistema che non lascia spazio. Per poi risiedersi sul divano di casa, facendosi preparare la pappa e lavare le mutande dalla mamma.

Lo spazio si trova. Le scuse non valgono. Leggetevi il libro. Se ce l'hanno fatta loro, perche' non provarci?

Si puo' fare.

Come dicono a Roma, addiamoci una mossa.

5 gennaio 2010

Crescere, non tenere

Durante queste vacanze natalizie (sono in Italia), mi sono trovato a guardare il nostro bel paese da vicino. Dal nord al sud, dalla Lombardia alla Sicilia. Ho visto di tutto, come sempre, grandi punte di eccellenza (passate e moderne) e voragini profonde (sopratutto moderne).

Una cosa pero' mi ha colpito: il messaggio di Tremonti (persona di cui ho grande stima, valtellinese come me trapiantato a Pavia).

Tremonti dice: "L'Italia ha tenuto, tiene e terra'".

Ora, il fatto che il paese abbia tenuto nella crisi mi sembra una gran bella notizia. Il nostro sistema bancario e' solido (ingessato?) e abbiamo perso meno degli altri. E' un segnale positivo, da celebrare.

Il problema che vedo e' l'obiettivo per i tempi a venire... Se io andassi dai miei ragazzi funamboli (e dai miei investitori) dicendo che l'obiettivo del 2010 e' tenere, meta' prenderebbero la porta. L'altra meta' comincerebbe a chiedersi se valga la pena investire in un'azienda che non mira a crescere, che non ha intenzione di sfruttare la situazione internazionale favorevole. Un'azienda che dorme e si accontenta di scivolare poco alla volta. Tenendo. E mentre pensano cosa fare, invece di fare, di sicuro non cresceremmo.

Ecco, io credo che porsi come obiettivo il "tenere" sia una follia. L'obiettivo deve essere la crescita. Sempre e comunque. In ogni campo. Non in modo idiota, mettendo obiettivi irraggiungibili. Ma in modo furbo, fissando dei traguardi che siano accessibili, per cui occorra lavorare duro. La soddisfazione si ottiene raggiungendo dei traguardi di crescita. E' cosi' che si motiva il prossimo. E si cresce.

Crescere, non tenere.