31 marzo 2016

I soldi dei Venture Capital: ma servono?

Oggi abbiamo annunciato che TOK.tv ha chiuso un round di investimento da Venture Capital (il primo istituzionale, quello che in gergo si chiama Series A) da 5 milioni di dollari. Non e' la prima volta per me, perche' il mio primo Series A (di Funambol) risale al 2005.

Sono passati oltre 10 anni e diversi altri round, e ogni tanto mi trovo a dover rispondere alla domanda: ma questi soldi dei Venture Capital servono?

C'e' anche chi dice (ma solo in Italia): ma vuol dire che senza soldi non ce l'avreste fatta? Avete fatto $5M di debiti? Senza sareste morti? Eccetera eccetera.

I soldi dei Venture Capital non sono il fine, sono il mezzo.

Quello che succede, appena presi i soldi, e' che la salita si inclina di piu' (non di meno). Se prima eravamo in quattro a pedalare, adesso siamo in quindici. Magari ho anche la bici in carbonio e non la Graziella di prima, e mi sono fatto una pera di doping, pero' la salita e' molto piu' dura. La faccio in gruppo, e forse qualcun altro ogni tanto tira, ma nelle startup chi fa l'andatura e' il CEO.

Prendere soldi dai Venture Capital aumenta la fatica, non la diminuisce.

Lo so che la narrativa romantica spinta dalla Silicon Valley parla solo di pranzi gratis in azienda, piscine e parrucchieri, juke box e altre cose amene. La realta' e' che si fa una fatica bestia. Con i primi soldi arriva il primo Consiglio di Amministrazione, e qualcuno a cui rispondere. E si comincia a perdere il controllo.

Allora la domanda e' lecita: perche' prendere $5M di investimento (che baiteuei non e' un debito, e' un investimento per cui il VC si prende una quota in azienda, e rischia con noi)?

Ci sono due tipi di aziende, dicono qui in Silicon Valley: le Lifestyle Companies e le Startup.

Le Lifestyle Companies sono quelle che crescono in modo sensato, potenzialmente diventano grandi (ma ci mettono spesso decine di anni), rimangono nelle mani dei fondatori che se le tengono tutta la vita (e le passano ai figli). Sono tutte le aziende italiane del passato, quelle di cui andiamo fieri. Sono aziende sane, che hanno clienti che pagano la crescita. Ovviamente, sono purtroppo anche tante Piccole e Medie Imprese, che non crescono e danno lavoro a pochi, e poi soccombono alla concorrenza internazionale.

Poi ci sono le Startup, che crescono in modo drogato (e non sensato). Hanno un potenziale enorme, prendono capitali per correre come i matti, i fondatori perdono controllo e spesso vengono cacciati via, ma in casi minuscoli diventano Google, Facebook, Apple, eccetera. Sono le aziende che cambiano il mondo. E in fretta.

Non tutte le aziende possono essere Startup. Le Lifestyle Companies non dovrebbero mai prendere capitali perche' non hanno la possibilita' di crescere davvero e diventare Google, Facebook, Apple, eccetera. Pero' quelle che possono e vogliono cambiare il mondo, senza capitali non ce la possono fare. Una volta, forse (Microsoft e' un esempio). Oggi, no.

La stragrande maggioranza di quelle che chiamiamo Startup in Italia probabilmente dovrebbero accorgersi che sono Lifestyle Companies, che il mercato che attaccano non e' grande a sufficienza, e non dovrebbero mai prendere capitali. In quel caso, i soldi dei Venture Capital non solo non servono, ma sono un disastro che alla lunga porta alla chiusura (anche se in Italia le aziende non muoiono mai, perche' piuttosto si tira avanti e ci si rovina la vita per sempre, ma ammettere di aver sbagliato non si puo').

A TOK.tv vogliamo cambiare il mondo. Nel nostro piccolo, vogliamo che fra dieci anni nessuno guardi mai la TV da solo. Che le persone passino le ore di rilasso con gli amici vicini e lontani a chiacchierare della loro vita, invece di spistolare su un cellulare a guardare i gattini.

Nel mezzo, pensiamo di poterci fare dei miliardi di dollari, perche' chi guarda la pubblicita' in TV nell'intervallo delle partite potra' anche cliccarci sopra (se gli interessa). E chi fa pubblicita' in TV sogna un mondo in cui la componente emotiva del video si sposi con quella transazionale di Internet.

Possiamo farcela senza Venture Capital? No. Questo mondo si muove troppo in fretta.

Abbiamo fatto gia' un miracolo a convincere Juventus, Barcellona, Real Madrid e TIM a darci retta, perche' il prodotto ha dei numeri fenomenali (e qui ci facciamo i complimenti da soli, o meglio ce li hanno fatti quelli che ci hanno dato i cinque milioni). Ma lo scopo e' prendere tutto il calcio, e poi tutti gli sport e poi tutta la TV. Non sono cose che si possono fare in 10 anni, perche' Whatsapp non sta fermo, Facebook si muove, Twitter deve lottare, Microsoft non dorme. E poi ci sono le altre startup...

Lo scopo qui e' fare una azienda grande come Facebook, ma fatta da italiani. E cambiare il mondo. Da italiani.

Se va male? Beh, almeno ci abbiamo provato. Mi e' andata bene con Funambol, ma stavolta voglio fare anche di piu'. Di sicuro ho imparato tante cose e qualche vaccata in meno la sto facendo. Pero' poi dipende da un sacco di fattori, la maggior parte dei quali fuori dal mio controllo.

I soldi dei Venture Capital servono per correre piu' degli altri. E' puro doping, ma la salita si inclina di bestia e di sicuro non si fa meno fatica. Se ne fa di piu'. Di romantico c'e' poco.

Scusate, ma adesso torno a pedalare che il gruppo si e' alzato sui pedali, e devo tirare la salita.



15 gennaio 2015

E' ora di smetterla di dire che in Italia fa tutto schifo

Tra una social selfie e l'altra, oggi mi sono imbattuto in un dibattito feroce su Hacker News a proposito di Italia Startup Visa.

Per chi non conosce HN, e' l'unica cosa che tanti startuppari leggono, almeno qui in Silicon Valley. Molto ma molto popolare.

Startup Italia, invece, e' un'idea del Governo Italiano che mira ad attrarre talenti dall'estero. Ho parlato della cosa diversi mesi fa, sul mio blog in inglese.

In sintesi: mi sembra una gran bella idea. Attiriamo talenti in Italia, confidando che ci vengano per tanti motivi (il cibo, le bellezze architettoniche e la bella gente, perche' no?). Fanno azienda da noi, assumono italiani, poi tornano qui e scalano il business. Lasciando gli ingegneri in Italia. Si crea contaminazione di cervelli - che ci serve da matti - e aziende che crescono con tanti vantaggi per il nostro paese.

L'hanno fatto in Cile con grande successo, perche' non Italia? Sembra facile...

Ecco, se leggete i post di HN, capite perche' sara' dura. La stragrande maggioranza di quelli che scrivono dice: "Io sono Italiano: l'Italia fa cagare, non andateci manco morti".

Ora, se io sono Americano e tutti gli Italiani mi dicono che sono un pazzo anche solo a pensarci, secondo voi di chi mi fido?

Quando uno qui vuole mangiare in un buon ristorante Italiano, chi chiama? Me...  E poi dove va? Nel ristorante che fa i Fettuccini Alfredo come la Buca di Beppo? Non credo. Va da Donato, mangia i Bigoli e coda e mi ringrazia...

Se leggete i commenti su HN, vedrete che la maggior parte degli Italiani che scrivono, scrivono in un buon inglese. E vivono all'estero. Gente che se n'e' andata per qualche ragione (hey, vi capisco...) e ha deciso di sputare sul paese d'origine.

Ovvio, se l'Italia fa sempre piu' schifo, allora tutti mi dicono che ho fatto bene ad andarmene. Vi assicuro, mi succede spesso. "Meno male per te che te ne sei andato!". In teoria, piu' schifo fa l'Italia, meglio mi dovrei sentire.

E invece no, io vorrei che l'Italia migliorasse.

Vorrei che noi emigrati ne parlassimo non bene, benissimo. Siamo la prima linea di combattimento, quelli che portano alto il nome del Paese quando si comportano bene all'estero, e che dovrebbero fare marketing a non finire per convincere gli stranieri ad andare in Italia in vacanza. O a lavorare. Abbiamo bisogno di capitali, anche intellettuali.

Piantatela di dire che in Italia fa tutto schifo... Non serve a niente. Magari serve per il vostro ego, ma fate un danno a tutti. Alla lunga, anche a voi stessi. Perche' lo so che prima o poi ci tornerete.

L'Italia e' troppo bella. Lo sapete. Lavoriamo tutti perche' diventi anche meglio.


22 settembre 2014

Matteo Renzi e il software: la volta buona

Oggi in Silicon Valley ho incontrato Matteo Renzi.

Erano 32 anni che un Presidente del Consiglio non veniva qui nel selvaggio West. Nel cuore della tecnologia, il traino economico degli Stati Uniti e del mondo (dieci milioni di iPhone6 venduti questo weekend...).

Il primo passo di Renzi da Primo Ministro e' stato andare a trovare Riccardo Donadon a H-Farm. Il primo viaggio degli USA comincia da San Francisco. Con lui c'erano Paolo Barberis e Riccardo Luna, gente che di high-tech se ne intende.

Sono messaggi forti. Di uno che ha capito la priorita' numero uno del nostro Bel Paese: crescere, crescere, crescere.


Qualche anno fa, avevo criticato un ministro che diceva "L'Italia ha tenuto, tiene e terra'". Per me, tenere non serve a niente. Si va in campo per vincere, non per fare catenaccio. Anche perche' prima o poi ti segnano. E, infatti, da allora non abbiamo tenuto...

E' arrivato il momento di attaccare.

Mi sono chiesto stamattina venendo a San Francisco con la mia 500: cosa racconto a Matteo Renzi? Cosa farei io, se fossi Presidente del Consiglio?

Una cosa: punterei tutti i (pochi) gettoni che abbiamo sul software.

In Italia abbiamo i migliori software designer al mondo. Lo dico perche' l'ho visto di persona, vivendo in Silicon Valley da 15 anni. Sono partito dalle montagne della Valtellina, ho creato la prima azienda di web in Italia a 23 anni, sono venuto fino a qui per scoprire che i migliori ingegneri al mondo li abbiamo in Italia (uno shock).

I nostri ingegneri sono creativi (e' nel nostro DNA), lavorano duro, sono fedeli all'azienda in cui lavorano e sono competitivi dal punto di vista del costo aziendale (anche gli ingegneri Cinesi devono andare all'Universita').

Fare software costa pochissimo, basta un computer da 500 euro. Ce lo possiamo permettere come paese, anche in un momento di difficolta'. Il software si fa a casa, in un bosco, al mare. E' ecologico, non bisogna andare in ufficio. Non inquina. Non ci sono magazzini e trasporto su gomma o la TAV. Il software vola.

Pero' le aziende del software giganti sono tutte qui in Silicon Valley. Come diceva qualcuno, se devo piantare pomodori e sperare diventino grandi e rossi, non li pianto in Norvegia. Qui le aziende crescono alla grande.

In Silicon Valley si mette il quartier generale. Ma gli ingegneri si lasciano in Italia.

L'abbiamo fatto con Funambol, dando da mangiare a cento famiglie a Pavia per dieci anni. Abbiamo raccolto oltre 30 milioni di dollari di Venture Capital in America, ma abbiamo tenuto la ricerca e sviluppo al Polo Tecnologico di Pavia. Ha funzionato benissimo. Tanto che lo stiamo rifacendo con TOK.tv e Juventus Live. Con ragazzi che lavorano da casa, in Sicilia, in Sardegna, a Roma, a Milano, a Vercelli.

Un modello duale che punta sul software, con quartier generale in Silicon Valley, capitale Americano e cervelli Italiani. L'hanno fatto in Israele, e poi hanno creato una piccola Silicon Valley la'. Possiamo farlo in Italia. Portiamo imprenditori della Silicon Valley in Italia (chi non vuole spendere un anno a Firenze?). E teniamoci i cervelli a casa.

Sono cose che ripeto da anni. Ma per la prima volta, ho la sensazione che qualcuno mi ascolti :-)

Io ci credo davvero: questa e' la volta buona.

E se lo fa davvero, gli ho promesso l'app per la Fiorentina, con tanto di cori per insultare i gobbi. Cosi' ci vediamo Juve - Fiorentina insieme, che noi il catenaccio non lo facciamo di sicuro.


6 settembre 2013

Se non parlate l'inglese, state a casa

In questi giorni, ne ho sentite e viste di tutti i colori.

Prima un articolo di Paul Graham che dice che chi non parla bene l'inglese non ha chance di trovare soldi da Venture Capitalist. Poi una valanga di commenti, incominciando con quelli che gli hanno dato del razzista, per arrivare a chi dal Bel Paese pontifica che gli americani sono tutti ignoranti e razzisti (in blocco, nessuno escluso). E finalmente anche qualche ragionamento intelligente, tipo il post di Simone Brunozzi, che ne cita un altro illuminante di Salvatore Sanfilippo.

Io vivo da quattordici anni negli USA, e ci vengo da venticinque. Sono americano da tanti anni, e i miei connazionali comincio a conoscerli un po'.

Tutte le volte che mi sentono parlare, mi chiedono da dove vengo... Mia figlia mi corregge un giorno si' e uno no.

Non sapro' mai l'inglese bene a sufficienza. Il mio accento italiano mi seguira' nella tomba. Punto.

Poco male, perche' questo buffo accento non mi ha impedito di fare il CEO, e di trovare qualche soldino dai Venture Capitalist qui. Anzi, l'accento italiano fa "colore", e credo mi abbia aiutato in tante occasioni.

L'accento non e' un problema. E' ampiamente dimostrato, basta vedere quanti CEOs che parlano con un accento ci sono qui. E quanti hanno avuto successo. Una marea.

C'e' pero' un abisso tra parlare l'inglese con un accento, e non essere in grado di esprimersi. Non parlo di farsi capire (quello e' facile), ma di riuscire a trasmettere emozioni, entusiasmo, empatia. Riuscire a convincere qualcuno che tu stai facendo la cosa piu' spettacolare che si sia mai vista. La prossima Facebook.

Ecco, io di imprenditori italiani in Silicon Valley ne vedo tanti. Il 90% delle startup che incontro le scarto alla terza parola, perche' il CEO non parla l'inglese bene a sufficienza.

Ho conosciuto startup che avrebbero trovato soldi al volo, se avessero avuto un CEO che fosse stato in grado di esprimersi. Gente che quando racconta della sua startup in italiano, ti ammalia, ti entusiasma, ti fa venire voglia di mettere mano al portafoglio. Ma quando ne parla in inglese, ti forza a concentrarti a capire cosa vuole dire. Non sul contenuto, ma sulla forma. Addio entusiasmo. Addio investimento.

Non e' razzismo (o almeno spero). E' pura realta'.

L'unico modo per girarci intorno, e' venire qui con una traction cosi' spettacolare che chissenefrega di come parla il CEO. In tanti anni, purtroppo, non ho ancora visto una startup cosi' venire dall'Italia. Prima o poi, succedera'.

Se non avete la traction, e volete comunque venire in Silicon Valley a fare fundraising, studiate l'inglese. Guardate film in lingua originale. Passate la giornata al telefono con l'America. Spendete l'estate a Malta. Oppure venite qui per imparare l'inglese e capire come funziona il mondo delle startups (suggerisco la Startup School di Mind the Bridge, per cominciare) e, quando siete pronti, cercate fondi.

Altrimenti, state a casa. Perche' butterete via il vostro tempo. Triste ma vero.

Ve lo dice un ignorante razzista americano con l'accento italiano. Capisc?


24 aprile 2013

E' arrivato il nostro momento

Devo ammettere che qualche giorno fa ero piuttosto depresso per la situazione italiana. Siamo in una emergenza e stiamo fermi, non rendendoci conto che siamo fermi su un piano inclinato (che vuol dire che continuiamo a scivolare).

Poi ho ascoltato il discorso del Presidente, e mi sono illuminato. Mi sono reso conto che e' finalmente arrivato il nostro momento. E per nostro, intendo di quelli della mia generazione, gli eterni "ragazzi" che oggi sono quarantenni.

Qualche mese fa, su un aereo, ho ritagliato un pezzo di Wall Street Journal che parlava della nostra generazione.

Includeva un grafico, che ho riprodotto qui sotto.


Fatto 100 il reddito medio italiano, il grafico ci dice che:
  1. la generazione dei nostri padri si e' arricchita (e di tanto) rispetto alla generazione dei nostri nonni, succhiandosi tutte le risorse
  2. la nostra generazione ha avuto un collasso rispetto alla generazione dei nostri padri, rimanendo con niente in mano
  3. chi ci segue non e' messo tanto bene, ma sono giovani e possono solo migliorare
Noi siamo la generazione piu' sfigata. Ci hanno tolto tutte le risorse, e siamo invecchiati a sufficienza da aver perso la voglia di combattere. Chi e' piu' giovane, senza figli, ha ancora speranza. Noi no. Abbiamo mollato (e qualcuno se ne e' andato pure all'estero...).

E invece no.

Invece, e' arrivato il nostro momento. Il fatto che il Presidente sia di due generazioni sopra (per noi e' un nonno, non un padre) e' un vantaggio. E' lui che gestira' la transizione. E' lui che bacchetta i nostri padri, e gli dice che e' ora che si mettano in riga (e che finalmente si facciano da parte, che hanno fatto abbastanza danni).

La transizione e' chiara. Fuori i rottami che hanno affossato questo paese, dentro gli ex-giovani, quelli come Enrico Letta, Debora Serracchiani, Matteo Renzi (che avra' 40 anni quando diventera' Presidente del Consiglio) e tanti della nostra eta'. Con abbastanza energie rimaste per combattere, e uno scopo chiaro: che i nostri figli trovino un paese migliore di quelli che abbiamo ereditato noi.

Lo sento. E' arrivato il nostro momento. Forza che questo paese lo cambiamo davvero. E' ora.


27 marzo 2013

Google Glass: la grande occasione

Non capita di frequente che uno strumento rivoluzionario si presenti al mondo. Quando succede, te lo ricordi. Come la prima volta che ho visto un telecomando (eh si', sono cosi' vecchio...), un cellulare (non c'e' il filo e si parla???), quando ho fatto la prima chiamata interoceanica video con Skype, quando ho toccato un iPhone e ho fatto pinch&zoom, eccetera eccetera.

Adesso, e' arrivato Google Glass. Non chiedetemi se sara' un successo o meno (ho tanti dubbi), pero' una cosa e' certa: e' una rivoluzione.

Guardatevi questo video.


Lo so, il 99% dei casi che sono citati nel video succedono una volta al mese (se vivete una vita intensa). E vi tocca portare questi occhiali tutti i giorni, perche' altrimenti vi servono proprio la volta che li avete lasciati a casa (legge di Murphy).

Ora, io gli occhiali li porto gia', quindi l'idea di aggiungerci un piccolo aggeggio non mi preoccupa molto. E mi incuriosisce da matti capire come possa funzionare l'interazione, e quanto tempo ci vorra' prima che mi venga mal di testa.


Ad ogni modo, cio' di cui sono sicuro e' che la nuova frontiera passa per gli occhiali. E' una trasparente integrazione di tecnologia e fashion.

Guarda caso, in Italia abbiamo il monopolio degli occhiali. A livello mondiale. Siamo i primi, e di gran lunga. Non ci batte nessuno.

Google Glass e la sua rivoluzione gira intorno a un oggetto che e' made in Italy per eccellenza.

E' una grandissima opportunita', la piu' grande per il nostro paese da quando sono nato (almeno). Se diventiamo i leader sugli occhiali tecnologici, possiamo dire la nostra su tutto quello che succedera' in futuro.

Non dobbiamo lasciarci sfuggire questo occasione.

28 febbraio 2013

Possiamo solo migliorare

Oggi ho avuto la cattiva idea di postare su Facebook una foto che mi sembrava facesse ridere. E ho scatenato un casino...

Ieri avevo ritirato l'auto a noleggio a Linate. La tizia mi ha dato le chiavi attaccate con lo scotch, senza dire niente. L'addetto alla consegna dell'auto mi ha detto con orgoglio che le chiavi le aveva sistemate lui, "perche' altrimenti il pezzo di ferro si muove. E poi 'sta macchina e' vecchia, ed e' ora che la vendiamo".


Io mi sono scompisciato dal ridere, e ho cominciato a pensare a questo bel paese mentre guidavo verso Torino (si', la macchina va benissimo...).

Tutto sommato, quella chiave e' lo specchio del paese. In cui non va un cacchio, ma un modo per andare avanti lo si trova sempre. Basta un po' di scotch.

Venivo da due giorni a Barcellona, dove avevo incontrato italiani disperati. Gente che si e' data un ultimatum di 45 giorni per lasciare il paese, dopo le elezioni che ci garantiscono che non cambiera' niente per altri sei mesi come minimo.

Avevo provato a rinfrancarli, perche' io sono e rimango ottimista (che e' facile, se si vive all'estero). Ho la sensazione che il momento del cambiamento sia arrivato. Secondo me abbiamo toccato il fondo (anche se uno dei ragazzi italiani mi ha detto "eh, ma poi si puo' cominciare a scavare...") e non possiamo che migliorare. Dubito con questo governo, se ci sara', ma io ho grandi speranze in quello prossimo a breve.

Il mio post su Facebook ha scatenato una serie di insulti notevoli. "Cos'è questa moda di parlar male del proprio paese?!". "Non perdi occasione per snobbare questo paese". E allora in America? E allora in Africa?

E' come se il fatto che il paese sia in una palude, e che dobbiamo tutti fare qualcosa per tirarlo fuori, non sia rilevante. Bisogna solo parlarne bene. E guai se lo dice qualcuno che vive all'estero (che per definizione e' "snob"). E poi ci sono posti in cui si sta peggio.

Non ho dubbi che ci siano posti in cui si sta peggio (nel 70% degli Stati Uniti, presumibilmente), ma questo non cambia la situazione drammatica dell'Italia.

La ripartenza si innesca dalla realizzazione che siamo messi male. E non ci vuole un genio per dirlo. Fare finta che vada tutto bene, non serve a niente. Ci sono un sacco di cose da cambiare. E' da qui che si puo' ripartire e migliorare. Ci vuole uno sforzo di tutti, nonostante la politica.

E i mezzi per farlo, li abbiamo. Si comincia con un po' di scotch, poi si vende 'sta macchina che e' vecchia, e poi quella nuova cambia tutto. Dai che ce la facciamo.